Sono le 22 e la sera comincia a calare da poco. Faccio ancora fatica ad abituarmi a questi orari: guardando fuori non saprei dire l’ora.
Sbircio dalla finestra la città. Le luci prendono il sopravvento. L’orologio del comune risplende, mi ritrovo ogni volta a soffermarmici per qualche istante di troppo.
È il mio quarto giorno a Rotterdam. Sono qui per lavoro, ma la città è splendida e mi son ritrovato spesso a passeggiare lungo i suoi viali cercando di catturarne l’essenza.
Oggi ho uno strano peso addosso, un pensiero che dimora dentro di me, ora sopito, ora carico e dirompente.
Ma che stiamo facendo?
Prima, a cena, non avevo fame, ma le cene erano già state organizzate. La partecipazione, richiesta.
Piccoli gruppi di persone che non si conoscono. Probabilmente nessuno ha voglia, ma dobbiamo partecipare a questo gioco tutti insieme per non esserne eliminati.
Il ristorante è ricercato ma allo stesso tempo anonimo, e noi siamo sempre una barzelletta: un italiano, un americano, un’inglese ed un greco entrano in un ristorante…
Non ricordavo i greci nelle battute. Il suo volto è torvo ed arrabbiato e a pelle so già che starà sulle sue e sarà burbero e faremo fatica.
Passa un’ora. Siamo sull’Erasmusbrug, andiamo lungo il fiume e ci infiliamo sotto i palazzi cubici di quel simpatico Piet Blom. Io e lui discutiamo di come sia la vita su un’isola greca al confine con la Turchia, della bellezza dell’Italia e di come la vita delle grandi città non faccia proprio per niente al caso nostro.
Lo scambio mi ravviva, da qualche parte esiste del valore. Persone, luoghi, esperienze, un senso deve esserci.
Decimo piano. Esco dall’ascensore, la mia camera è subito dopo il corridoio. Infatti in 3 minuti potrei ritrovarmi dalla sala conferenze direttamente sotto le coperte. Parlo per esperienza.
Sono un po’ spaesato. Alzo lo sguardo alla parete, mi blocco come ogni sera. La mattina no, ma la sera succede. Sulla parete leggo:
“For my part I know nothing with any certainty. But the sight of the stars makes me dream”
Vincent Van Gogh

Spengo le luci, apro le tende, trattengo il magone nello stomaco ed apro il computer.

Cosa sto facendo?
Non lo so, caro Vincent, non lo so. Ma guardare le stelle mi fa sempre sognare.